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venerdì 6 luglio 2018

Aaaamami, Alfreeeeedoooo

6 - 7- 2017



Facebook mi ricorda che, esattamente un anno fa, la mia "grande"  Vittoria affrontava il primo giorno d'asilo.

"Vitto, amore, oggi andiamo giocare all'asilo con gli altri bimbi, sei contenta?"
"Siiiiiiiii"
"Bene! La mamma ti lascia lì e ti viene a prendere fra poco, d'accordo?"
"No!"

Accolta da maestre e bambini con sorrisi e battiti di mani, lei, che ama essere al centro dell'attenzione, si trova subito a suo agio. Esplora la stanza dei giochi e si dimentica di me: "È fatta!", penso fra me e me. "Allora io vado, vengo a prenderti tra poco, divertiti!".
Quel giorno ho scoperto le doti liriche di mia figlia: "Aaaaamaaaami Alfreedoooo, quantoooo io t'aamooo!". Maria Callas in confronto era una principiante. Si esibisce in una serie di acuti degni dell'Opéra National de Paris, si appende con forza alla mia gamba e produce una quantità di lacrime tale da farci temere un'esondazione del Cocheeco, il fiume del paese.
"Don't worry, she'll be fine!", afferma con rassegnazione la maestra, accompagnandomi alla porta. Sono state le tre ore più lunghe della mia via: credevo di rilassarmi e godermi un po' di tempo libero fra shopping e chiacchiere con le amiche oltreoceano, di farmi una doccia da sola, e magari sarei anche riuscita a mettermi lo smalto....che sogni semplici che ha una madre. E invece no! Sono rimasta seduta in giardino a fumare sigarette e mangiarmi le unghie, con la stessa ansia e nervosismo che avevo provato solo all'esame di maturità.

Abbiamo passato cosi i tre mesi successivi, ho pensato di rinunciare tante volte, mi sono sentita in colpa, ho creduto di non farcela. "Mia figlia ha la testa più dura della mia", mi sono ripetuta un milione di volte, ma non sapevo di sbagliarmi.

6 - 7 - 2018



"Dai Vitto, che è tardi, oggi all'asilo giocate in piscina, dobbiamo ancora metterci il costume!"
"Yeaaaaaah!".

Arriviamo e non faccio in tempo a slacciarle la cintura del seggiolone, che lei sta già correndo verso la porta, trascinando il suo zainetto rosso.
"Mami, Mami, guadda! Isabel piange!". Corre dalla sua nuova amica, come la chiama lei. "È piccola, vuole la mamma!", mi spiega. 
Isabel è una bimba di 2 anni, una nuova iscritta. Vittoria la prende per mano e l'aiuta a salire il gradino davanti alla scuola. "Don't worry!", le bisbiglia.
Provo a salutarla e a dirle quanto io sia fiera di lei, ma è già lontana, intenta a preparare un biscotto di sabbia e acqua con la sua nuova compagna.

Quanto è bello vederli crescere, quanto ci mancano quando non hanno più bisogno di noi, quanto siamo fieri dei loro piccoli spazi di indipendenza, che si guadagnano superando paure che all'inizio sembrano insormontabili. 
Siamo tutti piccoli, minuscoli davanti ai cambiamenti, anche da adulti. Le loro paure non sono meno importanti o meno reali delle nostre: l'unica cosa che possiamo fare è incoraggiarli a superarle, con un sorriso e con tanta tranquillità, e avere pazienza fino a quando non si sentiranno pronti a lasciarsi i timori alle spalle. 
Una piccola formichina per loro può rappresentare un mostro spaventoso, e noi non dobbiamo mai dimenticarci che, quello che fa loro paura, è reale.
E poi, dài, chi non lascia mai ciondolare il braccio fuori dal lenzuolo per paura che il mostro che vive sotto il letto glielo mangi, scagli la prima pietra.

venerdì 29 giugno 2018

Quanti schizzi sai fare tu?

"Giornata di pioggia: che fare? 5 passatempi per bambini."
Mi ronza in testa il titolo di quell'ennesimo articolo letto in internet.

Incominciamo col dire che, mancando ormai un paio di settimane al parto e sentendomi aggraziata e agile come un bombolone alla crema per rinoceronti, nel vedere la pagina meteo piena di pioggia e frescura, ho esultato un po'.
Da brava "mamma boyscout", avevo già pianificato tutto: pittura a dita, bricolage, puzzle, pasta della pizza, didò e, perché no, un bel cartone animato.
"Oh, Vitto, mi dispiace, oggi piove tutto il giorno!", le dico, al ritorno dall'asilo. 
"Non possiamo stare fuori!", proseguo, con un tono falsamente triste: con la mia testa, infatti, ero già distesa sul divano a guardarla, mentre colorava uno dei suoi album di figure.
Non avevo ancora finito di parlare (e di gioire), che lei era già lontana: "Guadda mami, guadda!", esclama allegra. Mi giro di scatto e la vedo saltare allegramente dentro le mille pozzanghere d'acqua che la pioggia aveva formato nel vialetto. 



"Ma no, Vitto, dai, entriamo! Ti ho preparato i colori a dita, i tuoi preferiti!!"
"Mami, mami, come! This is funny! Vieni!"
Come dirle di no? Con un po' di egoismo, forse. Ma quei gridolini di gioia valevano più del mio riposo, più del film che avevo programmato di vedere, più di quel divano,  che sembrava chiamare il mio nome senza sosta.
Era evidente che non aspettasse il mio permesso, ma avevo comunque deciso di non rinunciare alla mia autorità, mentre lei già sguazzava felicemente in quei piccoli "laghetti per formiche".
"Va bene, amore, stiamo fuori!"

Aaaah! Che meraviglia i manuali per le mamme! E che meraviglia i bambini che, puntualmente, li contraddicono!
La verità è che i nostri bambini vedono più lontano di noi: infatti, perché giocare con la pittura, con il didò, con l'impasto della pizza proprio oggi che ci sono le pozzanghere?? Quelle mica ci sono tutti i giorni! La mamma non può comprarle, non può costruirle e neanche inventarle! Allora bisogna approfittarne quando piove, altrimenti gli stivaletti arcobaleno, che abbiamo comprato per i giorni grigi, a che servono?
Ecco, questo è il monologo che immagino andare in scena nelle loro testoline, tanto immature, quanto sagge.
Ed effettivamente, chi potrebbe dar loro torto! Io no. Forse, neanche io sono una mamma "da manuale"... Non posso fare altro che armarmi di ombrello, macchina fotografica, e spirito d'avventura. 

Quanti schizzi sai fare tu?
Chi salta più forte, mangia il biscotto più grande!






domenica 17 giugno 2018

Qual è il tuo dito preferito? L'indice

Ieri ho visto per la prima volta le lucciole.
O meglio, per la prima volta, le ho viste con la mia piccola Vittoria. E ogni sua prima volta, è la mia prima volta. Se penso che, a breve, arriverà un nuova leva di questo strano mondo nella nostra famiglia, un nuovo cuore, una nuova voce, due occhi nuovi nuovi, pronti a traboccare di meraviglia giorno dopo giorno, mi domando quante "nuove prime volte" mi aspettano ancora, e allora sorrido. Ho il privilegio di tornare bambina, ogni volta che saprò ascoltare le mie figlie.
Ieri sera ho visto per la prima volta le lucciole. Non solo io: anche nonna Anna, zio Eugenio e papà Marco.

"Guadda, guadda!! Lì! Ancora lucciole!! Guadda, guadda, mami, papi! Un'altra!"
Erano davvero tantissime,  come non ne avevo mai viste, o almeno così mi sembrava.
"Hai visto Vittoria? Sono dappertutto! Guarda, anche là in fondo, guarda, si avvicina!" 
Quattro adulti, meravigliati e innamorati di uno spettacolo visto forse centomila volte, ma mai osservato con quell'attenzione e passione, che la nostra piccola ci stava trasmettendo.
"Guadda, una lassù in alto!" 
"No, piccola, quella è una stella!"
"Una stella?"
"Si, si assomigliano, vero?"
"Si assomigliano?"
"Si!"
"Le lucciole sono le stelle giù!"
"Intendi dire che le lucciole sono delle stelle sulla terra?"
"Si!"
"Davvero, non ci avevo mai pensato! Grazie Vitto!"

Non mi stancherò mai di dirlo: la meraviglia dei bambini è la loro più grande risorsa, e anche noi dovremmo farne tesoro. 
La vita è frenetica e, spesso, non ce ne rendiamo conto. Siamo intrappolati in una routine agitata, velocissima, furiosa, e, senza saperlo, trasciniamo i nostri figli in questo folle vortice  frettoloso e ansioso.

Ieri sera ho fatto un passo indietro e ho osservato: la mia piccola Vittoria saltava eccitata, urlava meravigliata, sgranava gli occhi con quello stupore che solo i bambini possiedono. Chissà cosa immaginava...Cercava di arrampicarsi per guardare più lontano e più in alto nell'oscurità della sera. E poi c'eravamo noi, gli adulti: 66, 37, 35, 31 anni. Non c'era differenza fra noi e lei, a parte l'altezza e i capelli bianchi: quelle lucciole erano meravigliose,  erano davvero delle stelle sulla terra, erano davvero quaggiù per abbellire la notte. 
Mi sono sorpresa a indicare con eccitazione quei luccichii intermittenti: "Guarda Vitto, un'altra, proprio qui, davanti a noi!", "Si mami, guadda!".
Ho pensato che era da tempo che non utilizzavo il mio indice per svolgere la sua funzione originale: indicare, mostrare. Mi sono ripromessa che non lo alzerò mai più per sgridare, per dire di no, per impartire lezioni, anche se so che non sarò mai fedele a questo impegno. 


Ancora una volta quella monella mi ha fatto riflettere e mi ha aiutato a diventare grande. 
Quegli occhi enormi, capaci di rispecchiare tutte le meraviglie del mondo in una volta sola, non li lascerò mai.









venerdì 15 giugno 2018

I miracoli dei nonni

Sapevo che prima o poi mia mamma sarebbe diventata santa. È arrivata da sole due settimane, ma ha già dato prova più volte di ciò che può fare una nonna.

"Mami, Mami, devo fare un po' di cacca!"
"Ok amore, andiamo a mettere il pannolino!"
"No, nel WATER!". Silenzio: il primo miracolo di Anna da Catania.
"Con la Nonna!", aggiunge. 
Una musica celestiale pervade la stanza, profumo di lillà, mi sento leggera. Corre in bagno, accompagnata da mia mamma. Non ci credo: torneranno indietro implorando il pannolino, fra pianti, calci e pugni. Passano i minuti, e le sento confabulare, ridacchiano, non distinguo bene le parole, ma il tempo passa e io sono perplessa. Ritornano dopo una quindicina di minuti. Sant'Anna da Catania sfoggia la sua espressione di trionfo, mentre Vittoria saltella verso di me e con piglio deciso e carico di orgoglio annuncia: "Mamma, ho fatto la cacca nel WATER! Tanta, bella!!". WATER: quella parola, pronunciata dalla mia piccola, mi fa sentire come Dante, rapito dalla voce della sua Beatrice. 
Ancora non ci credo, ma sono ormai dieci giorni che non cambio un pannolino, che non invento storie fantastiche sulla cacca triste che voleva fare un tuffo nelle limpide acque reflue, che il mio naso si è disintossicato.



Due giorni dopo, ecco il secondo miracolo.
"Vittoria, cosa vuoi oggi per colazione?", chiedo, come di consuetudine.
"Latte con i biscotti o cereali!", risponde con naturalezza angelica.
"COOOOOOSA?", penso sbalordita. "Sono due anni che cerco di convincerti che non esiste colazione migliore, che ho comprato cereali di ogni forma e colore, che ho ricominciato a bere latte per darti il buon esempio, che ormai avevo rinunciato! Ma come fa mia madre??"
"Certo tesoro!", mi limito a rispondere.
Sant'Anna da Catania ha colpito ancora: sale fischiettando le scale e si dirige verso la cucina. La osservo: si versa una tazza di caffè, un bicchiere di succo d'arancia, prende una fetta di banana bread e si siede di fianco alla sua nipotina, che, in silenzio, mangia i suoi cereali affogati nel latte e nesquik. Sembra una pubblicità del mulino bianco, eppure sono loro, sono umane, nulla di strano. 
Beh, Vittoria ora mangia tutte le mattine una colazione normale, e io non devo più impazzire nella corsia delle merendine, a caccia di quella meno velenosa. 





Contando che Nonna Anna si fermerà qui per tre mesi, prevedo grandi successi per tutti noi.

Ma come fanno i nonni? Qual è il loro potere? Dove nascondono la bacchetta e la polvere magica? Come riescono a trasformare tutto in un gioco? Con loro l'acqua diventa acquina, il latte, lattuccio, la cacca, cacchina, e tutto acquista un gusto più dolce e divertente. 

I nonni, con le loro caramelle, le loro storie, la loro pazienza che mai si estingue! 
Ogni bambino ne ha quattro, il doppio di mamma e papà, ci deve essere un motivo. 

Ci sono due lasciti inesauribili che dobbiamo sperare di trasmettere ai nostri figli: delle radici e delle ali. (Harding Carter)

I nonni sono quelle radici e quelle ali: non esiste nulla di più stabile e profondo, nulla di più leggero e forte.






mercoledì 30 maggio 2018

Quante lingue parla una mamma?

Quante lingue parla una mamma?
Se nel mondo esistono 6900 idiomi diversi, una mamma ne parla almeno 6901; in caso di bilinguismo del pargolo, 6902. 

"Guarda mami, this is CHIOGGIA!", mostrandomi un disegno.
"Ooooh! La pioggia?"
"No, CHIORGIA!"
"Foggia??"
"No, CHIOGGIATALA!"
"Ah, chiocciola!"
"Yes, brava mami!", con tanto di carezza in testa.

Capirsi. Non so come, ma, alla fine, io te ci riusciamo sempre. O quasi. 

C'è stato il periodo del "Tessau!", non ho mai capito cosa volesse dire, ma da come piangeva e strillava, non doveva essere nulla di buono.
Mia figlia parla inglese e italiano, talvolta distintamente, talvolta fondendoli in una terza lingua, il cui dizionario non è mai stato scritto.
Ogni tanto mi fa discorsi incomprensibili, terminandoli con "Ok mami?" : a quel punto comincio a sudare, so di correre un rischio altissimo, ho il 50% di probabilità di scegliere la risposta sbagliata. Nel mio cervello rimbalzano i SI e i NO, da una parete all'altra della scatola cranica, mentre lei non perde mai il contatto visivo: mi fissa con innocenza, ma percepisco la sua impazienza. 
"Ticchiu maggia pimpa, ok mami?"
Di sottofondo la colonna sonora de "LO SQUALO", la mia fronte si imperla, i suoi occhi si trasformano in due telecamere puntate su di me.
"Non ho capito amore, puoi ripetere?"
"Ticchiu maggia pimpa, ok mami?"
Brancolo nel buio. Provo a distrarla: "Amore, vuoi mangiare un gelato?"
"No, ticchiu maggia pimpa, ok mami?
Tentenno, balbetto qualcosa e alla fine faccio un salto nel vuoto: "Ok Vittoria!"
"Yeeeeeah! Urrà! Urrà! Urrà!", e si dirige verso il suo tavolino da lavoro, saltellando.
La seguo. Comincia a disegnare su un foglio bianco: delle macchie rosse, un po' di verde, dei graffiti neri e forme indefinite marroni. Finita l'opera, corre verso di me, mostrandomi il suo capolavoro: "Ticchiu maggia pimpa!! Yeeeah!".
Saltello con lei, ridendo ed esultando: l'ho scampata, per questa volta. Cosa sia TICCHIU MAGGIA PIMPA è ancora un mistero, non lo sa nessuno, neanche Google Translate.




È impressionante la velocità con cui apprendono una lingua, figuriamoci due; rimango esterrefatta ad ogni progresso. Adoro sentirla parlare, anche quando non la smette per ore, il che capita spesso. Se non parla con me, parla con i gatti, con i giocattoli, a volte con se stessa; ogni tanto prende uno dei miei libri e comincia ad inventare storie, facendo finta di leggere alle sue bambole o al malcapitato felino. Ieri, per esempio, ha trasformato le "Satire"  in un avvincente racconto sui tre porcellini che, incontrando Big Bad Wolf, scappavano con un aereo in Italia. 
Anche una mamma impara in fretta, se vuole sopravvivere. Fa parte del mestiere, ed è uno degli aspetti che preferisco. Loro sono allievi, ma anche maestri: imparano ogni giorno, insegnandoci qualcosa. 
Vittoria non si perde mai d'animo, testarda e cocciuta com'è; perde la pazienza a volte, ma non si scoraggia mai. Quando vuole dire qualcosa, trova sempre il modo di farsi capire. Ora che le parole le sono più chiare e comincia a distinguere le due lingue con naturalezza e spontaneità, si sono accorciati i tempi di comprensione per me, ma è comunque uno spasso indovinare le sue parole storpiate.

Ora scusatemi, ma devo andare a cercare il "RABELLO". No, ovviamente non so cosa sia, ma Vittoria mi ha preso per mano e mi sta trascinando in giardino.
"Rastrello?"
"No, rabello!"
"Uccello?"
"No, rabello!"

Vi tengo aggiornati.








lunedì 28 maggio 2018

Perché si.

149.597.871. No, non sono i chilometri che separano la Terra dal Sole, ma le volte che mia figlia oggi ha ripetuto la stessa domanda: "Pecchè??"
Lo so che è solo una fase, ma se Vittoria ha preso da me, questo periodo avrà come meta finale il PER SEMPRE. 

"Vitto, oggi mettiti la felpa che fa freschino!"
"Pecchè?"
"Eh, perché non c'è il sole e ha piovuto!"
"Pecchè?"
"Perché ogni tanto piove...", comincio già a perdere colpi.
"Pecchè?"
Basta, faccio finta di svenire sul pavimento e resto immobile, per non destare sospetti:
"Ehi mami, pecchè dormi? Svegliaaaaa!!", scuotendomi le guance, con lo stesso vigore con cui mia nonna sbatteva i tappeti  con il battipanni.
Insomma, al terzo perché, mi ha già messo K.O. Riproviamo:

"Mami, mami, senti! Passa il treno!"
"Si amore, lo sento, fa Ciuf ciuuuuuf!"
"Pecchè?"
Ma non potevo stare zitta??
"Fa ciuf ciuf per avvisare tutti del suo arrivo!"
"Pecchè?" 
"Perché così possiamo salutarlo!"
"Pecchè?"
"Perché si!", la sconfitta è ormai vicina, riesco a sentirla, percepisco il suo fiato sul collo.
"Mami, hai detto pecchè si? Pecchè pecchè si?"
SBAM! Tre "perché" nella stessa frase hanno lo stesso effetto di un fritto misto a colazione, accompagnato dalla peperonata di Nonna Pina, quella con tanto burro: ti stendono che, se sei fortunata, ti riprendi dopo 3 giorni. KNOCKOUT per me, ancora.

Che bella la curiosità. Che meraviglia lo stupore, la scoperta, lo scintillio negli occhi di chi ha appena trovato un tesoro. Che bellezza l'entusiasmo.
Non si dovrebbe mai perdere tutto questo. Non dovremmo mai smettere di domandarci il perché delle cose, di stupirci e di essere curiosi. La sete di sapere non dovrebbe mai estinguersi.
E invece eccoci qui, con una corona di malerba in testa e il bigino di tuttologia nella mano destra, mentre la sinistra si agita, goffa, impartendo lezioni sgrammaticate di vita. 
Ma a che età succede? Diventare tristi, intendo. Quando si smette di fare domande e si cominciano a inventare risposte? Quando si smette di ascoltare e si comincia a fare rumore? Quando si rinuncia alla curiosità, per far spazio all'arrogante e presuntuosa saccenteria? 
Siamo tutti degli Azzeccagarbugli, senza competenze, ma con la stessa propensione a stare dalla parte dei più forti, fregandocene dell'onestà.
Chiedere è da sfigati. L'idolo, il modello è "l'uomo che non deve chiedere mai", il John Wayne del nuovo millennio, la Lara Croft de' noantri.

Mi piacerebbe tornare alla semplicità di quella domanda: Perché? 
Ci sono risposte difficili da trovare, è vero. La curiosità non si può sempre soddisfare. Non si può sapere tutto e non ci si può nemmeno provare. Ma non si deve mai smettere di cercare.
Rispondiamo ai nostri figli, anche quando i loro perché sono solo richieste di attenzione.
Non inventiamo soluzioni: "Non lo so" si può dire, non ci farà perdere credibilità, anzi.
Cerchiamo insieme le risposte e, se non le troviamo, cerchiamole più lontano, più in alto, un po' più in là.




"Mami, pecchè il gatto ha detto miao?"
"Forse ha fame"
"Pecchè?"
"Perché non mangia da stamattina"
"Pecchè?"
"Perché non aveva fame, ma adesso si!"
"Pecchè?"


Ciao. Le valige sono pronte, io scappo in Lapponia e cambio identità.


"Pecchè?"









giovedì 24 maggio 2018

Ragni, vespe e pteranodonti

"Aaaaaaaah, mami, mami, a spider!" urla così forte, da cambiare le condizioni meteorologiche. Grazie Vitto, per aver riportato il sole a Dover questa mattina.

Una delle cose che detesto di più al mondo è sentirmi dire: "Non devi avere paura, non fa niente!"
"Oh grazie, mitico. Io pensavo che la paura fosse necessaria invece. Lo faccio apposta ad avere paura, ma ora che mi hai detto così, smetto subito."

Mia figlia ha paura dei ragni, o almeno, così ci sembra di aver capito dal do di petto che ha improvvisamente squarciato il silenzio mattutino, facendo sobbalzare gatti, cuori, mobili, pavimenti. 
"Ehi vitto, da quando ti sei data alla lirica? Era la Tosca, vero?"
"Mami, mami, spider!! Ho paRura!"

La prima cosa che mi viene in testa è: "Ma no Vitto, non avere paura!", ma ben presto ricordo l'inutilità di una frase come questa e la frustrazione che provoca in me quando, con un po' di vergogna, comunico una mia paura, razionalmente stupida, ma incontrollabile.

"Oh questo ragno monello! Dov'è?"
"Lì!"
"Dai, andiamo a dirgli che questa è casa nostra e che la prossima volta, se vuole entrare, deve prima suonare il campanello!" la prendo per mano e comincio, con sicurezza, ad incamminarmi verso quel minuscolo ragnetto nero.
Mi segue con incertezza, restando sempre un passo dietro di me.
"Allora," comincio, "forse non lo sai, ma prima di entrare in casa altrui, dovresti suonare il campanello! Vittoria si è spaventata, non lo fare mai più!"
"Mai più!" fa eco lei, il mio Gimmi Ridimmi, con un tono di voce di chi, ormai, si sente un guerriero invincibile che ha sconfitto il nemico, una specie di Achille che ha finalmente risolto la questione di quel tallone difettoso.
Lo fissa, forse in attesa di risposta. 
"Oh Vitto, guarda come è piccolo, forse non trova più la mamma!" suggerisco, per mettere fine alla sua tensione.
"OOOOOOOOH!" si accovaccia, osservandolo da vicino. "Mami, aspetta! Vado a chiamare la sua mamma con il mio drin drin!"
Si fionda nella sua stanza dei giochi, alla ricerca del suo telefono. Compone il numero, pestando, con la stessa grazia di uno scultore che lavora il marmo, i tasti di plastica colorata, e producendo una melodia stonata, degna di essere paragonata alle unghie sulla lavagna.
"Hallo? Spider's mami? Kjsghdglsjbnsmgdvsoghv..." prosegue con il suo incomprensibile italianglish, "Ok Ok, see you dopo!" Attacca, sorridente e soddisfatta. "Mami, mami, fatto! Era caduto dalla grondaia!" afferma, ripetendo le parole di una canzone dei cartoni animati.
"Bene, Vitto. Brava, sei stata gentile ad aiutare il ragnetto! Ora andiamo all'asilo, che siamo in ritardo, come sempre!"
Si avvia, canticchiando e trotterellando, verso la porta, trascinando il suo zainetto per tutto il pavimento. 
Non so se avrà paura dei ragni in futuro, ma so che, almeno per oggi, l'abbiamo superata insieme.

Non voglio sminuire le sue paure, non voglio frustrare quell'emozione, per lei tanto reale. La paura è istintiva e irrazionale, e ad essa rispondiamo con modalità del tutto differenti: urliamo, scappiamo, attacchiamo, ci blocchiamo. Io, che ho l'agilità e l'elasticità di un baobab del Madagascar, davanti a una vespa, mi trasformo in una ballerina esperta di Pizzica Pizzica: se mi ascolti attentamente, potrai sentire anche intere locuzioni in salentino antico.
La paura esiste davvero, per ognuno di noi, ed è reale e precipitosa, come i temporali d'estate. Figuriamoci per i bambini che, oltre all'istinto, sono dotati di una fantasia sconfinata, che può trasformare un minuscolo ragnetto in un mostro con quattro gambe e quattro braccia, tre occhi e  un profondissimo pozzo di San Patrizio al posto della bocca.
D'altra parte, anche per me le vespe sono pteranodonti che bramano di mangiarmi per cena.
Prendiamo per mano i nostri figli, e mandiamo loro questo messaggio: "Non importa quanto grande sia la tua paura, insieme l'affronteremo e, tenendoci per mano, la cacceremo via".




Ai ragni e alle vespe, ai mostri sotto il letto che ci afferrano il braccio che penzola fuori dal lenzuolo, alla strega cattiva che fa scricchiolare l'armadio non appena ci stiamo per addormentare e a tutti gli pteranodonti incompresi di questo mondo.






mercoledì 23 maggio 2018

6 CUORI ON THE ROAD

Una delle cose che amo di più dell'arrivo dell'estate è l'organizzazione delle vacanze: il viaggio, come relax, scoperta, ricordi.
Ogni volta che immagino una meta, fantastico sulla musica, la fotografia, il cibo, gli odori e le persone che incontrerò strada facendo. 

Certo, da quando nella nostra vita è arrivata Vittoria, che ormai ha quasi 3 anni, la vacanza è cambiata: niente più zaino in spalla, autostop, improvvisate  dell'ultimo momento, ma i nostri viaggi hanno acquistato un elemento in più, due occhi e un cuore pulsante e curioso.

L'anno scorso siamo partiti alla volta del Far West: 6 cuori on the road.
Io, mio marito Marco, la nostra piccola zingara di quasi 2 anni e tre amici, abbiamo lasciato Dover NH, sulla costa orientale degli USA, e abbiamo cominciato a guidare verso il tramonto. Il furgone, la nostra "brum brum grande grande", era carico di valige, ma svuotato di ogni preoccupazione.
Abbiamo programmato questo viaggio mesi prima, studiando l'itinerario, le tappe interessanti, i chilometri da percorrere giornalmente per arrivare alla meta finale: Yellowstone.



"Ma siete matti? Con una bambina così piccola, come farete? Tutte quelle ore di macchina?", ricordo ancora la preoccupazione di mio padre. 
"E se ha fame?" Ci fermiamo.
"E se piange?" Cercheremo di capire perché.
"E se bisogna cambiarle il pannolino?" Faremo una sosta.



Insomma, non riuscivamo a trovare un motivo per cui non valesse la pena di tentare. 
Ed eccoci lì, sulla strada: "Bob il treno"  e "Winnie the Pooh", la colonna sonora del viaggio; qualche album da colorare, un paio cartoni per i momenti di emergenza, un binocolo e una tonnellata di snack, il nostro "bagaglio a mano". È stata una passeggiata, una passeggiata di 9461 km!


Abbiamo attraversato questo immenso paese, arrivando quasi sulla costa ovest, in due settimane. Siamo passati dalla terra degli Amish, da Madison, abbiamo attraversato le campagne del MidWest, abbiamo visto albe e tramonti, incrociato avventurosi motociclisti, fino ad arrivare alle sconfinate praterie dell'Ovest, alle Bad Lands, al monte Rushmore, alle Teton Mountains e, finalmente, a Yellowstone




La meraviglia di una bimba di 2 anni è diventata presto la nostra. Mi sono quasi commossa davanti alla prima prateria piena di bisonti, sentendomi un po' Kevin Costner che risale la collina in "Balla coi lupi", e, ogni volta che incontravamo un motociclista, nella nostra testa partivano le note di "Born to be Wild". Abbiamo mangiato in posti terribili, sognando un piatto di pasta e un'insalata, ma ci siamo ben presto abituati all'odore di fritto con olio motore, tipica dei "caravanserragli" che incontravamo lungo la strada. Abbiamo assaggiato la carne di bisonte e di alce e, qualcuno di noi, è riuscito a sopportare il pessimo caffè americano a disposizione negli alberghi delle zone di passaggio. 
Vedere Vittoria scorrazzare come una vera gypsy nei prati, per le vie delle città, chiacchierando con il suo, ancora primitivo, italianglish con persone sconosciute, è stata sicuramente una delle parti migliori della vacanza. 





Il viaggio è scoperta e non esiste un modo migliore per viverlo, se non attraverso gli occhi di un bambino.
Quindi partite, organizzate viaggi meravigliosi con i vostri figli, fatelo con buonsenso e non lasciate nulla al caso, anche se strada facendo, vi capiterà spesso di cambiare programma.
È il regalo più grande che possiate fare a voi stessi e ai vostri figli.

Non mi sono mai pentita di non aver ascoltato tutti quei: "Non ce la farete mai!" e sono fiera della mia Vittoria, che ha dimostrato a tutti che si può essere tanto grandi anche se piccoli, che anche una bimba di due anni può trasportare una valigia e che, dopo una giornata a zonzo, qualsiasi letto di albergo va benissimo per riposare.

Sei cuori, un furgone, una Nikon e la strada davanti a noi.

domenica 20 maggio 2018

Per fare tutto ci vuole un fiore

Una bambina di 2 anni, curda, è morta, colpita da un proiettile militare, mentre si trovava su un furgone di migranti in fuga dalle autorità, in Belgio.
2 anni. A due anni hai appena imparato a parlare, cammini da un anno e, da poco, hai cominciato a sognare. E invece lei no, lei scappava su un furgone, con l'unica colpa di essere nata in un mondo malato.

Sud Sudan: un bambino di 8 anni, un kalashnikov in una mano, una sigaretta di coca nell'altra, siede, riparato in una polverosa trincea, fissando il cadavere del nemico che ha appena giustiziato.
A 8 anni credi in Babbo Natale, vai a scuola e giochi a calcio con gli amici, e nel fine settimana vai all'acquario con tuo padre.

Un bambino di 6 anni in Usa ha ferito mortalmente la sorella di 3 con la pistola del padre, trovata sul frigorifero: voleva giocare a "guardia e ladri".
A 6 anni non sai cos'è la morte, né la differenza fra un'arma vera e un'arma giocattolo. 

Una bambina di 8 mesi  è morta a Gaza, per aver inalato gas  lacrimogeno sparato dai soldati israeliani contro i manifestanti palestinesi, durante un conflitto che dura da 70 anni.
A 8 mesi sei nel pieno dello svezzamento e hai cominciato a gattonare. 

Un bambino di 9 anni, in Nicaragua, si alza all'alba per andare  a lavorare nelle piantagioni di tabacco, per pochi centesimi all'ora.
A 9 anni guardi i cartoni animati, vai in bicicletta e a scuola stai studiando l'impero romano.

Un bambino di 10 mesi è morto a Catania, in seguito a gravi complicazioni dovute al morbillo. Aveva contratto la malattia da sua madre, non vaccinata. Per una svista? Per ignoranza? Per portare avanti una guerra contro le case farmaceutiche? Non si sa, ma non era vaccinata.
A 10 mesi dici "MAMMA" con sicurezza ormai, le mandi i bacini con la manina e la cerchi costantemente con lo sguardo, perché lei è la tua certezza.

Una bambina di 4 anni è morta a Petorca, in Cile, a causa della disidratazione. Non c'era acqua per lei, i fiumi e le falde acquifere sono stati prosciugati per sostenere le piantagioni di avocado, destinato all'Europa e agli Usa.
A 4 anni aspetti l'estate per andare in piscina, magari riesci a togliere i braccioli. Fai i gavettoni e hai il super liquidator.

Questi numeri fanno impressione, se moltiplicati secondo i dati reali. 
Osservo la mia bambina, intenta a colorare un asino di viola: so che non potrò proteggerla per sempre, che un giorno anche lei sarà coinvolta in tutto questo, perché, in fondo, siamo tutti colpevoli.
Nessuno fa niente e, chi fa, non fa abbastanza. 
Ci penso spesso, e non riesco a individuare un solo responsabile.
Forse dovremmo smetterla di scrivere manuali e trattati sull'educazione dei bambini, e dovremmo impegnarci a rieducare gli adulti. 
In un mondo, dove parole come moralismo e  buonismo, si sono sostituite a giustizia e buonsenso, come si può pensare di cambiare le cose? Come si possono proteggere i bambini dall'ipocrisia e dall'egoismo? Come possiamo crescere degli adulti migliori?
Preghiamo Dio nei giorni festivi e lodiamo noi stessi nei giorni feriali; ci scambiamo un segno di pace con la destra e con la sinistra buttiamo le bombe; facciamo beneficienza e ci sentiamo a posto con la nostra coscienza.
Chi parla è un radical chic, chi fa è un esaltato e, se muore in zone di guerra, per una bomba o una malattia, fatti suoi, nessuno lo ha costretto, conosceva i rischi. Siamo diventati cosi cinici, che critichiamo chi decide di non tacere e di agire, per giustificare la nostra pigrizia.

Io non voglio costruire un mondo migliore, vorrei guarire questo, che è gravemente malato. 

"No mamma, non serve il dottore. Ecco, un cerotto, un bacino e la bua non c'è più!" , direbbe mia figlia e, forse, disegnerebbe un fiore.

Un cerotto, un bacino e un fiore. Un fiore, per fare tutto ci vuole un fiore.


Cominciamo dai nostri figli, che sono i semi del futuro. 





venerdì 18 maggio 2018

L'unicorno e la gonna di tulle

Avete mai visto un unicorno? 
Mia figlia si.

Ma si davvero, era nel recinto della fattoria, insieme alla mucca, alla pecora e alla cRapa, come la chiama lei.



"Ah, Vitto! Allora intendi dire il pony!"
"No, è diventato uno unicorn!"
"Ma come? Quando?"

Fingo preoccupazione, così lei decide di entrare nella parte, manine giunte sulle gambe, come una nonna che sta per cominciare a narrare una storia lunghissima.

"Mami, mami!"
"Dimmi!"
"SHHHH!", portandosi l'indice alla bocca, "Ascoltami! Il pony è diventato uno unicorn pecchè ha sbattuto la testa contro la cRapa!"

Soffoco una risata, voglio rimanere seria e stuzzicarla un po', so che mi regalerà una delle sue perle di illuminata fantasia.

"Ha sbattuto contro la capra? Ma come è successo?"
"Mangiavano l'ebba!"
"E quindi anche la capra è diventata un unicorno?"

Silenzio, medita.

"Nooooo! CRapa ha due!", contandosi le dita e cercando quelle giuste per mostrarmi la quantità esatta. Qui in USA, quando indicano il numero con le dita, cominciano dal mignolo, quindi Vittoria è sempre confusa sul da farsi. Si osserva le mani per qualche secondo, in cerca della soluzione giusta; un giorno giustificherà così il suo primo dito medio. Già mi sembra di sentirla: "Ma no mamma, volevo dire UNO! Giuro!"

"La capra ne ha due? Intendi le corna?"
"No, orecchie!"

Decido di non indagare, mi sto divertendo troppo e voglio tornare alla storia dell'unicorno.

"Ma il pony come ha fatto a diventare un unicorno?"
"Gli hanno messo un cerotto, ooooh", scuote la testa con un'espressione triste, "e poi aveva un BUMP!"
"Un bernoccolo?"
"No, BUMP!"
"OK. Quindi l'unicorno è un pony che ha sbattuto forte la testa?
"Yeah!"
"Ma tornerà ad essere un pony quando gli passa la bua? Se gli dai un bacino e gli canti   BIBIDIBOBIDIBU LA BUA NON C'È PIÙ, torna come prima!"
"SHHH! No! È più bello!"
"Grazie Vitto, mi hai insegnato una cosa nuova! Io pensavo che gli unicorni non esistessero, se non nei libri di fiabe!"
"Prego mami! No, unicorn c'è anche a farm!", afferma dandomi un paio di pacche sul braccio, come una maestra che ha appena impartito un'importante lezione di vita.

Ed effettivamente lo ha fatto: lei è il mio promemoria giornaliero di quanto sia vitale non dimenticare la fantasia. 

La banalità è sterile; la sterilità non ha radici, non ha memoria, non ha connessioni. Non è Vita.
La banalità è individualista; l'individualismo ci rende soli, cinici, arrabbiati.
La banalità uccide la curiosità, senza la quale la mente umana non si muove, è ferma, come   l'acqua morta di una palude.

I bambini sanno cose che noi adulti abbiamo dimenticato e ce le ricordano con inconsapevole pazienza. Dobbiamo rimanere in ascolto: tutto ciò che a noi sembra ridicolo, nasconde in realtà un illogico, saggio insegnamento. 
Sono dei poeti senza la penna, dei sognatori ad occhi aperti, dei pittori senza la tela.
Loro hanno tutto ciò che conta di più: il cuore.

Un cuore leggero e svolazzante, come una gonna di tulle.

















giovedì 17 maggio 2018

Naturale, come la Vita

9 Agosto 2015, ore 2:00 PM, UTC-5, Eastern Standard Time.

Dopo 6 ore di "Brava, si vedono già i capelli!", di mani stritolate e di battiti cardiaci accelerati, finalmente eccola lì, in tutta la sua acerba bellezza: 3,230 kg di Lei, Vittoria, di pianti ostinati, di occhi spalancati e di voglia di vivere.
Non capivo come un esserino tanto piccolo potesse riempire una stanza così grande. Ogni centimetro di quella camera era saturo della sua presenza, l'aria era carica del suo profumo, e i nostri cuori si erano sincronizzati con il veloce battito di quel cuoricino, appena nato, ma così ricco di energia. Tu-tum, tu-tum, tu-tum: tre cuori, un solo battito.

Avevo deciso di allattare, così, ben presto, arrivò l'esperta. Lei, la Nonna Papera della nursery room, la Lady di ferro dell'allattamento, la pioniera del "metodo naturale". Arriva, con la sua camminata da Guendalina e Adelina Bla Bla, il suo sorriso da Stregatto, seguita da due giovani promesse della poppata: Gin, il suo nome era Gin, e questo non prometteva nulla di buono. 
Le due fedeli discepole cominciano a "prepararmi", mentre  lei mi espone, decisa, come allattare la bambina con il METODO DELLA MAZZA DA BASEBALL: posizionano Vittoria sul mio braccio, mi spremono un seno, facendomi rimpiangere i dolori del parto e inducendomi a recitare nella mia mente il "Breviario di Vittorio Sgarbi", e spingono con determinazione la bocca della piccola contro il mio petto. Non ottenendo alcun successo e frastornate dal pianto affamato della mia piccola Maria Callas, decidono di passare al piano B: LA PRESA DELLA CULLA RECLINATA. E, di nuovo, ci afferrano in tre, mi spostano un braccio, le piegano la testa, mi alzano un piede, e una mano en la cabeza e una mano en la cintura...

Ma ragazze, ferme un attimo! Ma tutte quelle chiacchiere sull'istintività del neonato e della madre, tutti quei discorsi sull'allattamento naturale, che fine hanno fatto? Insomma, è vero che verba volant, ma le vostre parole sono più veloci di un MIG-31: si sono dissolte all'orizzonte in pochissimi minuti.

Sono riuscita ad allattare Vittoria dopo due mesi, a casa mia, sul mio divano, da sola. Ci provavo ogni giorno, dal momento della sua nascita, ma i miei tentativi fallivano miseramente, concludendosi con pianti disperati per lei e sconforto profondo per me. 
Ma quella volta c'era qualcosa di diverso: colta da improvvisa amnesia selettiva, avevo cancellato dalla mia mente tutte quelle direttive da "Manuale di Gin" e mi ero concentrata sul miracolo che si stava per compiere. Ho lasciato decidere a Vittoria come posizionarsi, lei sapeva esattamente cosa fare e me lo stava insegnando: "Ma tu guarda se mi dovevi fare aspettare tutto questo tempo, per deciderti a seguire il tuo istinto! Il Gin bevilo se vuoi, ma non ascoltarlo, mai!"

Si parla tanto di allattamento, si scrivono libri, articoli di giornale firmati da illustrissimi psicologi neo-natali, nascono figure professionali specializzate nell'insegnamento di questa pratica, si formulano teorie e si discute, con artificiosità, di ciò che è più naturale al mondo. 
Dobbiamo coprirci, rintanarci in un angolo, spesso ritagliarci uno spazio in un bagno pubblico, in condizioni igieniche critiche: insomma, ti insegnano che non c'è nulla di più salutare e vantaggioso per te e per tuo figlio, e poi ti fanno venire voglia di rinunciare dopo due settimane di burqa da poppata. 

Inoltre, in un mondo dove il nudo, soprattutto femminile, è utilizzato pure per pubblicizzare il Parmigiano Reggiano, dove in televisione, in prima serata, ci sono più seni che cervelli, dove, sui Red Carpet dell'eleganza, le modelle indossano abiti simili ai centrini delle tavole delle nonne, che fastidio vi da una donna che allatta? In quale modo può offendere la sensibilità altrui? In che modo è volgare? 

Siamo diventati così ipocriti, da non capire più quanto siamo stupidi. 


Io ho cominciato ad allattare quando ho smesso di avere paura di non essere capace, quando ho capito che non esistevano regole, se non quelle naturali, quando mi sono messa in ascolto, davvero.
Mi sono adeguata alla società e mi sono appartata per nutrire mia figlia, ma senza vergognarmi: ho capito che siamo diventati bigotti per convenienza.

Mi sono goduta ogni istante, avvolta nel suono ritmico della sua poppata, armonizzato coi nostri cuori. TU-TUM, TU-TUM, TU-TUM.

Naturale, come la Vita.














Aaaamami, Alfreeeeedoooo

6 - 7- 2017 Facebook mi ricorda che, esattamente un anno fa, la mia "grande"  Vittoria affrontava il primo giorno d'asil...