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venerdì 18 maggio 2018

L'unicorno e la gonna di tulle

Avete mai visto un unicorno? 
Mia figlia si.

Ma si davvero, era nel recinto della fattoria, insieme alla mucca, alla pecora e alla cRapa, come la chiama lei.



"Ah, Vitto! Allora intendi dire il pony!"
"No, è diventato uno unicorn!"
"Ma come? Quando?"

Fingo preoccupazione, così lei decide di entrare nella parte, manine giunte sulle gambe, come una nonna che sta per cominciare a narrare una storia lunghissima.

"Mami, mami!"
"Dimmi!"
"SHHHH!", portandosi l'indice alla bocca, "Ascoltami! Il pony è diventato uno unicorn pecchè ha sbattuto la testa contro la cRapa!"

Soffoco una risata, voglio rimanere seria e stuzzicarla un po', so che mi regalerà una delle sue perle di illuminata fantasia.

"Ha sbattuto contro la capra? Ma come è successo?"
"Mangiavano l'ebba!"
"E quindi anche la capra è diventata un unicorno?"

Silenzio, medita.

"Nooooo! CRapa ha due!", contandosi le dita e cercando quelle giuste per mostrarmi la quantità esatta. Qui in USA, quando indicano il numero con le dita, cominciano dal mignolo, quindi Vittoria è sempre confusa sul da farsi. Si osserva le mani per qualche secondo, in cerca della soluzione giusta; un giorno giustificherà così il suo primo dito medio. Già mi sembra di sentirla: "Ma no mamma, volevo dire UNO! Giuro!"

"La capra ne ha due? Intendi le corna?"
"No, orecchie!"

Decido di non indagare, mi sto divertendo troppo e voglio tornare alla storia dell'unicorno.

"Ma il pony come ha fatto a diventare un unicorno?"
"Gli hanno messo un cerotto, ooooh", scuote la testa con un'espressione triste, "e poi aveva un BUMP!"
"Un bernoccolo?"
"No, BUMP!"
"OK. Quindi l'unicorno è un pony che ha sbattuto forte la testa?
"Yeah!"
"Ma tornerà ad essere un pony quando gli passa la bua? Se gli dai un bacino e gli canti   BIBIDIBOBIDIBU LA BUA NON C'È PIÙ, torna come prima!"
"SHHH! No! È più bello!"
"Grazie Vitto, mi hai insegnato una cosa nuova! Io pensavo che gli unicorni non esistessero, se non nei libri di fiabe!"
"Prego mami! No, unicorn c'è anche a farm!", afferma dandomi un paio di pacche sul braccio, come una maestra che ha appena impartito un'importante lezione di vita.

Ed effettivamente lo ha fatto: lei è il mio promemoria giornaliero di quanto sia vitale non dimenticare la fantasia. 

La banalità è sterile; la sterilità non ha radici, non ha memoria, non ha connessioni. Non è Vita.
La banalità è individualista; l'individualismo ci rende soli, cinici, arrabbiati.
La banalità uccide la curiosità, senza la quale la mente umana non si muove, è ferma, come   l'acqua morta di una palude.

I bambini sanno cose che noi adulti abbiamo dimenticato e ce le ricordano con inconsapevole pazienza. Dobbiamo rimanere in ascolto: tutto ciò che a noi sembra ridicolo, nasconde in realtà un illogico, saggio insegnamento. 
Sono dei poeti senza la penna, dei sognatori ad occhi aperti, dei pittori senza la tela.
Loro hanno tutto ciò che conta di più: il cuore.

Un cuore leggero e svolazzante, come una gonna di tulle.

















giovedì 17 maggio 2018

Naturale, come la Vita

9 Agosto 2015, ore 2:00 PM, UTC-5, Eastern Standard Time.

Dopo 6 ore di "Brava, si vedono già i capelli!", di mani stritolate e di battiti cardiaci accelerati, finalmente eccola lì, in tutta la sua acerba bellezza: 3,230 kg di Lei, Vittoria, di pianti ostinati, di occhi spalancati e di voglia di vivere.
Non capivo come un esserino tanto piccolo potesse riempire una stanza così grande. Ogni centimetro di quella camera era saturo della sua presenza, l'aria era carica del suo profumo, e i nostri cuori si erano sincronizzati con il veloce battito di quel cuoricino, appena nato, ma così ricco di energia. Tu-tum, tu-tum, tu-tum: tre cuori, un solo battito.

Avevo deciso di allattare, così, ben presto, arrivò l'esperta. Lei, la Nonna Papera della nursery room, la Lady di ferro dell'allattamento, la pioniera del "metodo naturale". Arriva, con la sua camminata da Guendalina e Adelina Bla Bla, il suo sorriso da Stregatto, seguita da due giovani promesse della poppata: Gin, il suo nome era Gin, e questo non prometteva nulla di buono. 
Le due fedeli discepole cominciano a "prepararmi", mentre  lei mi espone, decisa, come allattare la bambina con il METODO DELLA MAZZA DA BASEBALL: posizionano Vittoria sul mio braccio, mi spremono un seno, facendomi rimpiangere i dolori del parto e inducendomi a recitare nella mia mente il "Breviario di Vittorio Sgarbi", e spingono con determinazione la bocca della piccola contro il mio petto. Non ottenendo alcun successo e frastornate dal pianto affamato della mia piccola Maria Callas, decidono di passare al piano B: LA PRESA DELLA CULLA RECLINATA. E, di nuovo, ci afferrano in tre, mi spostano un braccio, le piegano la testa, mi alzano un piede, e una mano en la cabeza e una mano en la cintura...

Ma ragazze, ferme un attimo! Ma tutte quelle chiacchiere sull'istintività del neonato e della madre, tutti quei discorsi sull'allattamento naturale, che fine hanno fatto? Insomma, è vero che verba volant, ma le vostre parole sono più veloci di un MIG-31: si sono dissolte all'orizzonte in pochissimi minuti.

Sono riuscita ad allattare Vittoria dopo due mesi, a casa mia, sul mio divano, da sola. Ci provavo ogni giorno, dal momento della sua nascita, ma i miei tentativi fallivano miseramente, concludendosi con pianti disperati per lei e sconforto profondo per me. 
Ma quella volta c'era qualcosa di diverso: colta da improvvisa amnesia selettiva, avevo cancellato dalla mia mente tutte quelle direttive da "Manuale di Gin" e mi ero concentrata sul miracolo che si stava per compiere. Ho lasciato decidere a Vittoria come posizionarsi, lei sapeva esattamente cosa fare e me lo stava insegnando: "Ma tu guarda se mi dovevi fare aspettare tutto questo tempo, per deciderti a seguire il tuo istinto! Il Gin bevilo se vuoi, ma non ascoltarlo, mai!"

Si parla tanto di allattamento, si scrivono libri, articoli di giornale firmati da illustrissimi psicologi neo-natali, nascono figure professionali specializzate nell'insegnamento di questa pratica, si formulano teorie e si discute, con artificiosità, di ciò che è più naturale al mondo. 
Dobbiamo coprirci, rintanarci in un angolo, spesso ritagliarci uno spazio in un bagno pubblico, in condizioni igieniche critiche: insomma, ti insegnano che non c'è nulla di più salutare e vantaggioso per te e per tuo figlio, e poi ti fanno venire voglia di rinunciare dopo due settimane di burqa da poppata. 

Inoltre, in un mondo dove il nudo, soprattutto femminile, è utilizzato pure per pubblicizzare il Parmigiano Reggiano, dove in televisione, in prima serata, ci sono più seni che cervelli, dove, sui Red Carpet dell'eleganza, le modelle indossano abiti simili ai centrini delle tavole delle nonne, che fastidio vi da una donna che allatta? In quale modo può offendere la sensibilità altrui? In che modo è volgare? 

Siamo diventati così ipocriti, da non capire più quanto siamo stupidi. 


Io ho cominciato ad allattare quando ho smesso di avere paura di non essere capace, quando ho capito che non esistevano regole, se non quelle naturali, quando mi sono messa in ascolto, davvero.
Mi sono adeguata alla società e mi sono appartata per nutrire mia figlia, ma senza vergognarmi: ho capito che siamo diventati bigotti per convenienza.

Mi sono goduta ogni istante, avvolta nel suono ritmico della sua poppata, armonizzato coi nostri cuori. TU-TUM, TU-TUM, TU-TUM.

Naturale, come la Vita.














martedì 15 maggio 2018

Non sempre la cocciutaggine vien per nuocere

Stamattina mi sono svegliata, ho aperto gli occhi e lei era lì: mi guardava come io, all'ottavo mese di gravidanza, guardo un pezzo di lardo di Colonnata: "Yeeeeah! Ha aperto gli occhi!", esclama rivolta a Saba, la nostra gatta, che mi fissava con quegli occhi verdi e felini, che sanno parlare chiaramente, in silenzio: "Alzati umana, ho fame! Se non ti muovi, vomito sullo zerbino, dopo essermi fatta le unghie sulla tua borsa preferita".
Guardo preoccupata l'orologio, pensando di essere tremendamente in ritardo: ore 6:45. 
Mi giro dall'altra parte: " È ancora presto! La sveglia suona alle 7:30, torna a dormire Vitto!"
Silenzio. Credo di averla convinta e, in pochi secondi, mi assopisco di nuovo. 1,2,3...Un calcio sulla schiena. 1,2,3...Una sberla in testa. 1,2,3... tira la coperta, scoprendomi quasi del tutto. Praticamente sono a letto con Sandra Mondaini: ha vinto lei. 
"Va bene Vittoria, mi alzo!", le dico scocciata. "Mettiti i calzini e la felpa!"
"NO!"
Mia figlia è già testarda alle 6:50 del mattino, non posso competere. Io, a quell'ora, faccio ancora fatica a distinguere i Cheerios dai croccanti dei gatti: meno male che i miei quadrupedi non apprezzano l'aroma di cannella e miele, altrimenti l'alito di mia figlia saprebbe sempre di tonno e salmone.
Bevo il caffè, e comincio a connettere. Lei, nel frattempo, ha già fatto colazione, ha visitato Kiwi, il gatto, con la sua valigetta da medico, fatto un ritratto della famiglia e spostato il suo tavolino dalla sala giochi al salotto, urlando: "Super Gekko muscles!", muscoli da super geco, almeno una decina di volte. 
La osservo, in tutta la sua vivacità, e, mentre i miei neuroni stanno cominciando ad ambientarsi, le chiedo: "Amore, ti va di accompagnare la mamma al supermercato oggi?"
Ovviamente la domanda è retorica, ma lei non lo sa: "NO! Voglio andare play outside!"
Bella, testarda della mamma! "Amore, prima dobbiamo andare a comprare un paio di cose, poi possiamo giocare fuori in giardino, promesso!" 
"NO! Please!", pesta un piede. “Ho detto please!”
Adoro la sua testardaggine e mi dispiace di averla involontariamente illusa, porgendole quella domanda. Mi abbasso, le sorrido e le spiego con calma che le cose saranno fatte in questo ordine: prima andiamo al supermercato, poi giochiamo in giardino. "Sono finite le pastiglie della lavastoviglie e lo scottex, e non posso certo lasciarti a giocare fuori, da sola! Mi accompagni e torniamo subito a casa, vedrai!". 
Ha la testa dura come il marmo di Carrara, ma non è mai irragionevole. Sbuffa, alza gli occhi al cielo, O-KAY, scandisce, e si dirige verso la camera, decisa a collaborare.

Il rito di preparazione è sempre lo stesso: io che sono di fretta e cerco di fare tutto senza incidenti, lei che, decisa e determinata, vuole fare tutto da sola e si arrabbia perché non sempre ci riesce. La lascio provare quando ho tempo, sono contenta che aspiri all'indipendenza, che cerchi di fare senza la mamma e che sia così cocciuta, da non rinunciare al primo fallimento. E così la ritrovo incastrata nelle felpa, tipo camicia di forza, e con i pantaloni perennemente al contrario.

A volte questa sua testardaggine ci fa litigare, la porta ad essere disobbediente, e porta noi a perdere la pazienza; ma in fondo sono contenta che sia così. Anzi, mi impegno tutti i giorni per insegnarle che ci sono battaglie per cui vale la pena lottare, altre a cui bisogna avere il coraggio di rinunciare: alla sua tenera età si parla di piccole conquiste, come lavarsi i denti da sola, infilarsi una felpa, o costruire una torre alta, ma presto dovrà affrontare le sfide della vita, e in quel caso sarà necessaria tutta la sua determinazione. Ho imparato che le persone caparbie e ostinate sanno amare più profondamente, ma soprattutto sanno perdonare, per il loro bene e per quello altrui. 
Sono contenta che ogni tanto disobbedisca: il fatto che voglia decidere da sola, che non ceda sempre e soltanto alle regole, che "lotti" per affermare ciò che vuole e ciò che pensa, mi fa sperare che, un domani, sarà una donna forte, che non permetterà a nessuno di decidere il suo futuro. 




Cerco di ricordare tutto questo, ogni volta che mi trovo a scontrarmi con la sua testa dura, ogni volta che pretende di tagliarsi da sola la carne, ogni volta che vuole asciugarsi i capelli senza il mio aiuto, ogni volta che si arrabbia perché non le permetto di sedersi davanti in macchina.

Insomma, dalla mattina alla sera, la osservo, con ammirazione, mentre cerca di destreggiarsi tra gli ostacoli della sue età: tra i muscoli da super geco con cui sposta le cose più pesanti e mi aiuta a infilare le scarpe, che si sa, quando il pancione diventa ingombrante, sono il nemico numero uno di tutte le donne, il verso da drago, con cui spaventa i ragni e scaccia le formiche, il suo sorriso che le riempie il viso per rassicurarmi ogni volta che cade, la sua giornata scorre con velocità e senza noia. E così anche la mia. 

"Vitto, è ora di andare a letto, è arrivata la luna e si va a fare la nanna!"
"NO! Ancora una canzone!" Prevedibile.
"Solo una!"
Balla, contenta e soddisfatta, con Marco, che le concede sempre il bis. Ci piace accontentarla quando possiamo e darle, così, la sensazione di avere voce in capitolo e di rispettare anche la sua volontà.
"Dai, adesso è proprio ora!" 
"O-KAY" , sbuffa, alza gli occhi al cielo, bacia suo papà e mi segue per le scale.

Bisogna essere testarde e determinate per essere libere e tu, piccola mia, sei sulla buona strada. 

In un mondo dove, soprattutto le donne, devono ancora alzare la voce per affermare la propria posizione, devono scontrarsi con i pregiudizi di una società che, nel suo sottosuolo, nasconde ancora i semi del maschilismo, e devono lottare per affermare la loro intelligenza, sono contenta del fatto che Vittoria stia dimostrando il carattere necessario che le permetterà di diventare qualcuno, non qualcosa.




Già me la immagino farsi strada nella vita a suon di SUPER GEKKO MUSCLES e ruggiti da drago, per spostare gli ostacoli più pesanti sul cammino e spaventare i cattivi. 
E, qualche volta, alzerà gli occhi al cielo, sbuffando e abbandonando il campo di battaglia, cosciente che non ne vale la pena: O-KAY, si sentirà dire in lontananza. 


lunedì 14 maggio 2018

Dipingere, danzando

Ho imparato presto a guardare il mondo attraverso gli occhi della mia piccola Vittoria, o per lo meno ci provo, ogni istante che passo insieme a lei. 
Gli occhi di un bambino sono come un binocolo di meraviglia: catturano ogni immagine, e la rendono più grande e straordinaria.

Stimolare la sua capacità di sorprendersi e di fantasticare è uno dei miei passatempi preferiti: mi piace vederla creare e, soprattutto, mi piace la stravaganza con cui mi spiega le sue "opere d'arte". A volte la sua descrizione è talmente dettagliata, che scrivo delle brevi didascalie, perché si ricordi per sempre le pillole di saggezza scriteriata della sua infanzia.

E allora dopo "Sporchiamoci le mani" (allego il link, per chi volesse rileggerlo!), sporchiamoci anche i piedi!


Basta una giornata di sole, una tovaglia plastificata, dei fogli di carta e i colori a dita per cambiare il corso del pomeriggio.

"Vitto, hai voglia di disegnare e pitturare con i piedi?"
"Si", risponde guardandomi con sospetto, come se le avessi appena proposto di parcheggiare la macchina al posto mio, di bere una birra o di colorare le pareti bianche del salotto.
Prepariamo insieme il "piano di lavoro", stendiamo la copertura plastificata e fissiamo i fogli con lo scotch. Le faccio scegliere i colori, la musica di sottofondo, ed ecco il mio Botticelli alle prese con la realizzazione della  "Primavera", sulle note di Leonard Cohen: "Now so long, Marianne, It's time that we began to laugh and cry and cry and laugh about it all again", mentre la vedo scivolare sui fogli con i piedi, sempre più simili a quelli di uno hobbit. Sembrava una danza: Carolina Kostner sul ghiaccio, Polina Semionova al Teatro dell'Opera di Stato a Berlino, Michael Jackson e il suo leggendario moonwalk. 

"Mami mami, guadda! Una faffalla!" , annuncia con soddisfazione. 
"Bellissima amore!" : una farfalla impressionista, cubista, futurista, sicuramente non realistica, fantastica.

Una forte folata di vento sparpaglia tutti i piatti, ancora pieni di colore, creando un indesiderato arcobaleno su tutto il portico: "Wow, mami look!", e ride, ormai più felice che mai. Mi esibisco in una risata, più simile al ghigno di Tim Curry in IT, mentre, dentro di me, ripasso il decalogo delle parole irripetibili davanti ai bambini. 
"Mami guadda! La faffalla è volata via!" grida divertita, saltellando a destra e a manca e riempiendo di impronte colorate tutto il pavimento. 

La tempera è ovviamente lavabile e la pulisco con un po' d'acqua. Alla fine lei è sporca e soddisfatta: "Again! Again!", grida. E questo mi basta per essere felice, anche oggi.

"La creatività è l'intelligenza che si diverte"

Mentre loro diventano grandi, noi torniamo bambini.






domenica 13 maggio 2018

Auguri mamma, sempre. (ANGELI BALLANO IL ROCK)

Ciao a tutti, 
ho quasi 32 anni, "quasi" due figlie, due gatti, un marito, una casa, e oggi contavo disperatamente i giorni che mi separano dall'abbracciare mia madre. 

Eh si, mi sono sorpresa a scorrere con il dito le caselle del calendario, contando ad alta voce i giorni che ancora mancano per arrivare alla fine del mese: "-17", escalmo. "Al parto?", fa eco Marco dal salotto. "No, all'arrivo di tua suocera!" , gli rispondo, con un tono da presa in giro.




In realtà vanno d'accordo quei due, e io posso godermi la presenza di mia mamma senza sensi di colpa. Anzi, mi sento a volte di troppo, soprattutto quando sono in cucina: confabulano e discutono per ore sulla giusta dose di sale, sulla possibilità o meno di aggiungere la scorza di limone, la menta o il basilico; si scambiano e mischiano ricette del Regno delle due Sicilia e il Regno Lombardo-Veneto, con lo stesso cipiglio con cui Cannavacciuolo e Bastianich esaminano ogni variante della parmigiana di melanzane e dei canederli alla trentina. 


Da quando Vittoria ha cominciato a parlare, MAMMA è la parola che ripete più spesso, un migliaio di volte al giorno credo, e mai per caso; ogni volta che mi chiama, vuole effettivamente dirmi qualcosa: "Mamma, ho mangiato i popcorn!"  "Mamma, gioco a palla!" "Mamma, cos'è questo?" "Mamma, vado nell'armadio a fare la cacca!" . A fine giornata ho una stracciatella alla romana al posto del cervello e, al posto degli occhi, due gelatine di vino; in compenso ho imparato un sacco di cose utilissime, tipo che il "ragnetto va sulla grondaia", il forno della Pimpa ha mangiato due pizze e il leone si è addormentato nella cesta delle costruzioni...vuoi mettere?

Quando penso a mia mamma, la prima cosa che mi viene in mente sono le notti in bianco che le ho fatto passare nei periodi di crisi esistenziali dei miei vent'anni: entravo in camera sua, la svegliavo senza troppe remore, e cominciavo a parlare. Una mamma è anche una psicologa, e la mia lo sapeva bene: ascoltava in silenzio, ogni tanto credo dormisse ad occhi aperti, a volte mi proponeva una tisana, ma mai una volta mi ha detto di no. 
Abbiamo litigato tantissimo e riso con le lacrime, e ancora oggi, divise da un oceano, non ci facciamo mancare tutto questo, giornalmente, anche se solo attraverso lo schermo di un computer. Ora c'è anche una piccola peste che si intromette regolarmente nei nostri discorsi, spesso insensati, le racconta la giornata, le mostra i disegni oppure semplicemente risponde alle domande prevedibili di una nonna: "Amore, hai mangiato?" No, l'ho lasciata a digiuno, aspettiamo che arrivi tu a cucinare..."Amore, sei andata all'asilo?" No, pago una retta stratosferica per fare un po' di beneficienza..."Amore, hai fatto un po' di nanna e hai lasciato riposare la mamma?" Si, non vedi che pelle luminosa e distesa? Non assomiglio ad Adriana Lima? Quattro stelline, quattro paperelle...U-GUA-LI!

Mi piace sapere che il rapporto con mia mamma, una volta biunivoco, si è esteso alla mia piccola Vittoria, e che, presto, accoglierà anche una quarta mini donna. Mi piace sapere che cresciamo tutte insieme.
È per questo che conto i giorni, che ancora l'aspetto, come Vittoria mi aspetta, mentre gioca con i suoi compagni d'asilo. 
Non me ne accorgo,ma, in ogni mia azione, c'è l'attesa di Lei, la mia mamma, che mi ha dato la vita e per la quale sono e sono stata Vita. 
-17 al suo arrivo. Mamma, nonna, suocera. 







venerdì 11 maggio 2018

CIAO MAMMA, PARLIAMO CON UNA CANZONE?

Questa mattina è cominciata con un po' di pianti. Un incubo per lei, una notte insonne per me, si sono alleati, formando una combo letale per l'inizio di questa giornata.
Lei si era avviata con ostinazione e convinzione sulla strada dei "NO!", e io, che non avevo chiuso occhio, cercavo di non cedere alle sue provocazioni, mentre la mia pazienza crepitava dentro di me, come un fuocherello che sta per estinguersi.
Superiamo la prova della colazione, ci pettiniamo e ci laviamo i denti. Quasi salve: "Ora si tratta solo di arrivare senza danni all'asilo", penso fra me e me. Saliamo in macchina e la radio si accende: Ooh, each morning I get up I die a little, Can barely stand on my feet...
Ed ecco il miracolo: come tutte le volte che trasmettono una canzone dei Queen, mi trasformo in un direttore d'orchestra, cantando e agitando mani e braccia, come se fossi io a condurre quella combinazione perfetta di voci e strumenti. Vittoria, che non perde mai l'occasione di fare un po' di baldoria, si unisce a me, formando un duetto degno della Royal Opera House di Londra. Eccoci lì, Riccardo Muti e Leonard Bernstein, di nuovo in pace. 

Come ho fatto a non pensarci prima? LA MUSICA. La musica è la risposta a tutto. 
Scioglie ogni tensione e nervosismo, e ci aiuta a volare un po'. 
Credo che i bambini abbiano un sesto senso per la musica, per loro ogni suono è una melodia nuova: il cinguettio degli uccelli, il fischio di un treno, le onde dell'oceano. E tutto può trasformarsi in uno strumento per fare musica: due cucchiai di legno contro un barattolo di latta, un contenitore di plastica pieno di riso, due bastoncini sfregati tra loro.

Vittoria mi chiede spesso di ballare, corre verso il giradischi, alza il coperchio, e sceglie, eccitata, il disco da ascoltare: credo decida in base alle immagini della copertina, ma sembra sempre sapere cosa vuole. Johnny Cash, The Beatles, Janis Joplin...si precipita a prendere il suo ukulele e suona con sicurezza, cantando parole inventate al momento; si esibisce davanti al suo pubblico immaginario e riesce a trasportarmi con sé, dovunque lei vada.

La musica non è un toccasana solo per l'umore e per l'anima: per comporre musica si devono utilizzare entrambi gli emisferi del cervello, in quanto vengono coinvolte emozioni, sensazioni e percezioni da un lato, e la logica, il criterio e la sistematicità dall'altro. Armonia e ritmo, melodia e accento. Cuore e mente. È, dunque, un esercizio molto importante che coinvolge ogni aspetto della crescita. 

Ricordo che, quando ero bambina, mi piaceva sentire mia madre cantare, sapevo che era allegra in quei momenti, e mi piaceva imprimere nella  mente quel ritmo e quelle parole. Ho suonato il pianoforte per qualche anno, ma non sono mai stata davvero brava: ricordo però lo studio costante, la matematica di quelle note e quel solfeggio tanto odiato,  e la soddisfazione nel riuscire ad esprimere la melodia voluta, attraverso le mie dita che viaggiavano su quei tasti bianchi e neri. 
La musica è anche connessione, scambio, coinvolgimento. "È una rivoluzione quando ci si può parlare con una canzone..e la musica, la musica ci fa star bene!", cantava qualcuno. 

Quando suono e canto con la mia piccola Joan Baez in erba, costruisco con lei una melodia stonata, ma perfetta per noi e per il momento. Passa dalle percussioni, all'armonica, dal kazoo alle maracas, interpretando con la danza ogni suono che produce. L'accompagno volentieri, ballo e rido con lei, fino a quando non si stufa,  terminando la sua performance con un inchino, ed è uno dei momenti più belli della nostra giornata. 

Insomma, non sono certo un'esperta, ma sono convinta che la musica sia un'ottima fonte di ispirazione per grandi e piccini, aiuta a viaggiare con il cuore, stimola la fantasia nei bambini, trasforma le emozioni e ci aiuta a riconoscerle ed è fondamentale per lo sviluppo cerebrale dei nostri figli. Non esiste un'età per cominciare o per terminare, non si è mai troppo piccoli o troppo grandi: la musica è un'amica e un'alleata, che ci accompagnerà per tutta la vita. E allora...CIAO MAMMA, GUARDA COME MI DIVERTO!


La musica ci porta là dove la realtà non può arrivare.


Nati per la musica è una pagina che mi sento di consigliare ad ogni genitore: condivido ogni punto di questo programma, che accompagna, passo dopo passo, i bambini, fin dalla più tenera età. Un'iniziativa da vivere giorno per giorno, insieme.



giovedì 10 maggio 2018

Io sono ribelle, io continuo a sognare

Ultimamente ho letto svariate polemiche sulle fiabe tradizionali, proposte dal colosso Disney, in particolare quelle che vedono protagoniste le belle principesse della nostra infanzia. Pare che un recente studio di un'università americana le abbia bollate come pericolose per le giovani menti delle nostre bambine, accusandole di rappresentare uno stereotipo ormai superato, che vedrebbe la donna solo come moglie, casalinga e mamma; una donna che non sa tirarsi fuori dai guai da sola, ma che è perennemente in attesa di essere salvata dal suo principe azzurro; donne belle, quasi perfette, non emancipate, ingenue...una combo letale che influenzerà le giovani spettatrici, spingendole a ricercare un modello di donna e di femminilità sbagliato.
Certamente io non mi voglio sostituire a studiosi e psicologi, ma vi prego...
Allora ditemi anche che Robin Hood era un delinquente, perché rubare è sbagliato, in ogni caso e bandite Peter Pan, che non voleva diventare grande e assumersi le sue responsabilità.




Partendo dal presupposto che i cartoni animati non dovrebbero sostituirsi ai genitori e che, quindi, il modello di femminilità e di donna dovrebbe essere trasmesso dalla madre, io non riesco a scorgere nelle principesse Disney nulla di nocivo per le nostre bambine. Sono cresciuta guardando e sognando con quei cartoni: ogni volta che mi facevo il bagno, inondavo il pavimento d'acqua, imitando Ariel sullo scoglio, ogni volta che vedevo un uccellino in giardino, gli porgevo il dito, nella speranza che volasse verso di me come avrebbe fatto se fossi stata davvero Biancaneve e mi arrabbiavo quando mia sorella mi diceva che il suo piede, più piccolo, sarebbe entrato nella scarpetta di cristallo, mentre il mio assomigliava a quello di Genoveffa. Con un pizzico di vergogna, ma neanche troppa, ammetto che ancora canto a squarciagola: "OGNI COSA CHE HO, ANCHE QUELLA PIÙ BELLA, NO, NON VALE LA STELLA CHE TRA POCO TOCCHERÒ..IL MONDO È MIOOOOO!"
"Sono belle, rasentano la perfezione", accusano. Sono disegni, sono finzione, i bambini lo sanno, soprattutto se hanno di fianco dei genitori che comunicano ed educano. Come avrebbero dovuto disegnarle? Grasse, con i capelli crespi, strabiche e brufolose? Avrebbero forse dovuto disegnare la cellulite, l'alluce valgo e il labbro leporino? 
Io, da madre, sono più preoccupata dei prototipi umani e reali che vengono presentati ogni giorno come modelli di perfezione femminile: vogliamo parlare di modelle, attrici, showgirl, meteorine, veline, letterine, candidate, ministre? Vogliamo parlare di tutti quegli annunci di lavoro che, rivolgendosi ad un pubblico femminile, richiedono, fra i requisiti, la "bella presenza"? 
Ecco, dare la colpa a Cenerentola di tutto questo mi sembra un po' azzardato.
Tra le altre cose, ci siamo forse dimenticati che quelle principesse, erano belle fuori perché belle dentro? Un po' come Cristina Chiabotto che beve Rocchetta?
Quei personaggi erano esempi di virtù, coraggio, generosità ed altro ancora...era quello il messaggio principale. Si chiamano fiabe perché hanno una morale che, nonostante il simbolismo, è piuttosto facile da cogliere  soprattutto per gli adulti che dovrebbero accompagnare sempre i bambini durante la visione di qualsiasi cartone animato.
"Non chiamate le vostre figlie principesse", suggeriscono gli studiosi, "per non alimentare il falso ideale di donna perfetta e inutile": giusto, è per questo che ogni mattina la sveglio con un festoso "BUONGIORNO, MIA PICCOLA CAMIONISTA!" 
Ricordare alle nostre bambine (anche ai maschietti, eh!) che l'indipendenza, la libertà e la creatività sono tutti valori da perseguire è più che giusto, ed è fra i compiti più importanti di un genitore, ma una cosa non esclude l'altra: belle non significa stupide.


Ma poi, fatemi capire, per essere più moderne, emancipate e ribelli, cosa avrebbero dovuto fare?




"Provate a fischiettar, vedrete che il Gin Tonic più leggero si farà", doveva cantare Biancaneve mentre, dopo aver sfrattato i sette nani e averli mandati a lavorare in miniera, svaligiava la cantina della casetta nel bosco.
E Ariel? Doveva forse perder la voce dopo una notte di bagordi con Scuttle a fumare il "Soffia Bla Bla" ?
Per non parlare di Cenerentola: "Cara fata madrina, a mezzanotte io esco, che l'incantesimo non finisce, al massimo comincia! Ci siamo capite?? Tu vai pure a dormire, non stare sveglia ad aspettarmi! Ora vado a fare l'aperitivo, così arrivo carica per la serata!"
E Aurora? La Bella Addormentata non poteva essere che bionda! Dai su, tiragli una testata a quel pirla di un principe! "Ma ti pare? Svegliarmi con un bacio! La colazione preparatela da solo, che le manine le hai anche tu, eh!"

Insomma, ragazze, sappiate che, se per il  vostro matrimonio avete speso tutti quei soldi per l'abito di tulle bianco, è solo colpa di Cenerentola e dei suoi sogni, che son desideri di felicità. 
Se vi commuovete con le storie d'amore e ne sognate una tutta per voi, è solo colpa di Belle che, da comunissima nerd, è riuscita ad indossare il vestito più bello, a sposare un principe, e a vivere felice per sempre; tutta colpa di Pocahontas, che è stata capace di superare le differenze culturali, abbattere i pregiudizi e coronare il suo sogno d'amore.
E, ancora, se sul web girano pagine intitolate "Come far crescere i capelli lunghi in una sola settimana", è solo colpa di Raperonzolo. 

La "sindrome di Peter Pan" si chiama così perché è davvero colpa di quel bamboccio volante in calzamaglia se gli uomini di oggi, a 40 anni, stanno ancora cercando l'isola che non c'è. Anche tu, Bennato, che peggiori la situazione con quella sciocca canzonetta...
E tutti quei ragazzoni che, nel week end, estraggono i tappi dalle bottiglie di spumante con la stessa convinzione di onnipotenza con cui Semola ha estratto la spada della roccia? Ne bevono un paio e poi anche loro li senti canticchiare Più o men, vuoto o pien, questo il mondo fa girar. 


Si, d'accordo, io sono ribelle, io continuo a sognare.








martedì 8 maggio 2018

Il tempo è una farfalla gialla

"Cos'è il tempo?"

Così mi ha spiazzato Vittoria stamattina. 
Di fretta per andare all'asilo, cercavo, con scarso successo, di pettinarla; lei, una pallina rimbalzante, correva da una parte all'altra della stanza, in cerca, come sempre, di giochi e tesori nascosti sotto il letto, nell'armadio, sotto il gatto che, sornione, non aveva ancora deciso di iniziare la sua giornata. Guardo l'ora: "Dai Vitto, non c'è tempo per giocare! Dobbiamo ancora fare colazione!". 
Stranamente mi ascolta, si arrampica sulle mie gambe e si lascia fare i codini: "Mami, cos'è il tempo?"
"È più difficile rispondere alle domande di un bambino che a quelle di uno scienziato", diceva qualcuno, e aveva ragione. 

Cosa le rispondo? Cos'è il tempo? Non ci avevo mai pensato, per lo meno non ricordo di averlo fatto. Forse quando ero una bambina, fra i mille interrogativi e le mille risposte della fantasia, avevo trovato una soluzione per questo quesito. Ma ora non lo so. Cos'è il tempo? 
Io so cos'è la fretta, conosco l'oggi e il domani, il passato e il futuro. So coniugare i verbi in tutti i loro modi e tempi, so leggere un orologio e so quando sono in ritardo. 
Ma non so definire il tempo: ancora mi chiedo dove finiscano le ore perse con il jet-leg: rimangono sull'aereo? Mia figlia è nata alle 14:00 in punto del pomeriggio per noi, ma per i miei genitori erano le 20:00: quindi a che ora è nata? E se fosse nata alle 20:00 per me, in Italia sarebbero state le 2:00 del mattino del giorno dopo. Quando festeggiare il suo compleanno? Insomma, qualcuno sa rispondere a tutte queste domande? 
Io non so spiegare il tempo, se non attraverso un orologio. Lo ritrovo nella pianta che cresce nel vaso seminato la settimana scorsa, nel mio pancione che cresce giorno dopo giorno, nei primi capelli bianchi, nelle fotografia dell'infanzia.

"Tempo...c'è il sole! Non piove!". Vittoria rompe così il silenzio delle mie riflessioni.
"No amore, quello è un altro tipo di tempo! Il sole, la pioggia, la neve...quel tempo si può chiamare anche clima". 
Come ne esco? La sua espressione interrogativa mi fa sorridere. Le spiego che mi riferisco ai minuti scanditi dalle lancette dell'orologio, le mostro come si muovono e le spiego cose che probabilmente non riuscirà ad afferrare davvero, ma lei è interessata alla lezione e io l'accontento.

I bambini non possono comprendere il tempo: per loro esiste solo un infinito presente, tutto è sempre ORA e ADESSO. Capiscono il susseguirsi delle azioni, per esempio che il gelato lo avranno dopo essersi lavati le mani, la passeggiata dopo essersi lavati i denti, e che papà tornerà dal lavoro dopo il loro sonnellino. Ma percepiscono i minuti che passano? Le ore, i secondi, il tempo appunto.

"Mamma, il tempo è rotondo!" afferma con assoluta convinzione. Tentenno: "Cosa vuol dire che è rotondo?". Mi sorride, come se fosse lei a darmi una lezione adesso: " Rotondo come una palla, una ruota, l'orologio!". Annuisco divertita. 
Mentre finisco di prepararla, decido di stuzzicarla con qualche domanda: mi piacciono le sue risposte fantasiose. Non mi dice quasi mai "NON LO SO", ma inventa e crea responsi folli e saggi, come se fosse la Pizia a Delfi. 
"Vitto, ma che colore ha il tempo?" 
"Giallooo!"
"E cosa fa il tempo?"
"Vola!" 
"Quindi è una farfalla?"
"Si."

Siamo soddisfatte, soprattutto io, credo. Il tempo è una farfalla gialla per mia figlia e, da oggi, anche per me.
La leggenda dice che per le farfalle non esista il passato e il futuro, non ci sia ieri e domani; vivono nel presente, solo oggi, e anche noi dovremmo provarci. 

Bene, anche questa volta, mia piccola filosofa matta, la colazione la facciamo in macchina.



lunedì 7 maggio 2018

Un papà in attesa, ma senza il dolce

Dal diario di un papà:

"Giorno 207, 29 settimane e 4 giorni, 10 settimane e 3 giorni al termine.


Credevo che la seconda gravidanza fosse una passeggiata, che le mie spalle fossero ormai state fortificate la prima volta, ma all'ORMONE impazzito non ci si abitua mai: lo chiamano Beta HCG, che è l'acronimo di Ho i Coglioni Girati. Scusate il francesismo, ma la scienza è scienza e non si discute.
Che ingenuo sono stato a pensare di aver passato il peggio quando, 3 anni fa, la notte prima delle nostre nozze, mia moglie, scoppiando in lacrime, mi aveva detto: "Non mi voglio più sposare, voglio dei bomboloni alla crema e una focaccia!" . Ed eccomi lì, come un idiota, all'una di notte, a guidare verso il panificio del paese. Non so se siano stati gli zuccheri o i carboidrati, ma alla fine mi ha sposato.

Durante la gravidanza mia moglie diventa una mutante: un momento sto preparando il miele per un tenerissimo Winnie The Pooh intento a comporre poesie, il secondo dopo sto scappando con Vittoria da un Gremlin a cui è stata appena scattata una foto al buio, sotto la doccia, dopo lo spuntino di mezzanotte. 
Insomma, Smeagol e Gollum, Dr. Jekyll e Mr. Hyde: praticamente per nove mesi sono bigamo.
Ho imparato ad essere cauto quando la sento cantare: anche le sirene avevano voci ammalianti e seducenti, ma io non sono Ulisse, quindi preferisco starle lontano.
L'altro giorno siamo andati, con la nostra piccola Vittoria, a fare una gita in barca nell'oceano, per vedere le balene. Inutile descrivere l'eccitazione e la meraviglia di mia figlia:

-Papi, papi! Look, una balena!
-No amore, quello è un cormorano!
-Papi, papi! Look, una balena!
-No amore, quella è una boa!
-Papi, papi! Look, una balena!
-No amore, quella è la mamma!

Ero pronto a fuggire, ma, grazie al cielo, il rumore delle onde e del vento era così forte da coprire le nostre voci: non ci aveva sentito, eravamo salvi.

Oggi ho avuto paura: 
-Amo, ma secondo te si vede che sono incinta o sembro solo grassa con questa maglietta?
Odio queste domande trabocchetto, ma ormai sono diventato un mago a dribblare:
-Cosa preferisci stasera per cena? Pasta al pesto o pizza?
Quando non sai cosa dire, parlale di cibo, del suo preferito, confondila e non avrà scampo, ma ricordati di non pronunciare mai le 3 parole tabù: prosciutto, carbonara e carpaccio. 

Ricordati: SEI INCINTA ANCHE TU. 

Sono diventato bravissimo anche a negare l'evidenza! Davanti alle sue caviglie da brachiosauro, al suo doppio mento e ai suoi sette gemelli, alle sue dita da Shrek e la sua camminata da pinguino migratore, le dico sempre: "Sei la stessa di 12 anni fa!" 




Nonostante la sua risata assomigli sempre di più a quella di Jack Torrance in Shining, mi sorprendo a volerla abbracciare spesso, come un koala con il suo eucalipto, e aspetto quel giorno insieme a lei, con la stessa ansia e meraviglia con cui mia figlia aspetta il Natale.

Giorno 207, 29 settimane e 4 giorni, 10 settimane e 3 giorni al termine." 



  











venerdì 4 maggio 2018

Un biscotto di fango è per sempre

Avete presente quando incontrate una persona per la prima volta? Magari vi piace anche un po', sorridete imbarazzati, la stretta di mano è sempre troppo forte o troppo molle, fate mille giri di parole per riuscire, con una scusa ridicola, a chiedere finalmente il numero di telefono, che probabilmente non userete mai, perché vi sentite degli idioti a scrivere per primi. Passerete infiniti minuti a comporre e cancellare messaggi: Ehi, ciao! Come va? No, troppo banale. Ciao, mi sei venuto in mente e ho pensato di scriverti! No, sembro una stalker. Ciao! Che ne dici di un caffè? Ma anche no, perché devo scrivere io per prima? 
E così passerà qualche mese di silenzio, fino a quando, per caso e se sarete fortunati, vi incontrerete di nuovo.

Avete presente due bambini che si incontrano per la prima volta? Si scrutano per qualche secondo, il tempo di annusarsi un po': "Questo sa di marmellata ai mirtilli, deve aver già fatto merenda"; "Questa sa di banana! Forse, se le offro un po' di focaccia, la mangia con me"; "Questo profuma di dentifricio, la sua mamma deve aver vinto e deve essere riuscita a lavargli i denti".
Dopo aver fatto le prime considerazioni, si sorridono, si toccano la faccia a vicenda, come due non vedenti che cercano di imprimere nella mente i visi delle persone attraverso il tatto, ridono insieme, e cominciano a divertirsi. 
Litigano di tanto in tanto, si strappano i giochi dalle mani, ma fanno subito la pace: appena uno dei due comincia a piangere, l'altro si arrende, lo abbraccia, con una presa da serial killer al collo, e ricominciano a giocare. 
Parlano poco, ma comunicano molto: una pacca, uno spintone, una smorfia, una parola pronunciata male, una corsetta, un invito con la mano. Ogni tanto si accovacciano vicini e osservano in basso, confabulando per qualche minuto concitatamente, come due scienziati di fronte a una grande scoperta: "Guarda, l'erba è verde!" "Dici che è verde? Secondo me è piena di formiche!" "Sarà buona da mangiare?" "Papà ne mangia tanta, tutte le sere, con olio e sale, ma senza formiche". 
Non si offendono mai e, se per errore uno fa del male all'altro, si chiedono scusa a vicenda; non mentono, non si mostrano diversi da quel che sono veramente, e non hanno bisogno di conquistarsi con inutili promesse. A loro basta dividere il secchiello nella sabbionaia per dichiararsi affetto eterno. Un biscotto di fango è per sempre....
Ogni tanto si fanno qualche carezza, con la stessa delicatezza del prete barese che incontra Lino Banfi in VIENI AVANTI CRETINO.  
Condividono le loro conquiste: "Ehi, ma lo sai che ho dieci dita delle mani!". " Io sui piedi!".
"Anche due buchi nel naso! Cosa c'è dentro, vedi qualcosa?"
Fanno quel che si sentono e, se qualcosa non piace loro, lo dicono con sincerità: non sanno dire le bugie a fin di bene e non conoscono pudore. "Hai fatto una puzzetta?" sghignazzano fra loro. "No, ne ho fatte due!"

Cioè, ma vi rendete conto? Praticamente due bambini, con le dita nel naso e la maglietta perennemente sbausciata, riuscirebbero a ristabilire la pace nel mondo, con un biscotto al cioccolato e una tortina di Didò, infornata per cinque secondi nel microonde della Nouvelle Cuisine.
Quindi, mentre noi, senza neanche esserci mai visti, ci insultiamo vicendevolmente, nella solitudine affollata del web, perché "Arbitro venduto" e "Piove, governo ladro", loro fanno il girotondo, bevono tè invisibile nei loro servizi di Mrs Bric e Chicco plastificati, si scambiano baci umidicci e si amano senza scuse.




Insomma, i bambini, ai quali noi adulti abbiamo il compito di insegnare la vita, sanno amare meglio di noi. L'amore è semplice, come loro; è incondizionato, come il tempo che trascorrono insieme; è innocente, come la loro fantasia. 




giovedì 3 maggio 2018

Lettera al passato

La fotografia è una delle mie passioni, da sempre. Mi piace immortalare i momenti della vita, mi piace incorniciare i volti, ma soprattutto adoro sfogliare il passato. Dicono di non voltarsi mai indietro, ma ogni tanto mi piace dare un'occhiata a ciò che mi ha portata ad essere quella che sono, adesso, in questo luogo.
Vittoria mi chiede spesso di guardare gli album di fotografie che riempiono i cassetti del mobile in soggiorno, e io accetto sempre di buon grado. 
"Mami e papi!" esclama.
"Si, siamo io e papà questi!" rispondo.
"E io?"
"Tu, beh, tu non c'eri!" 
Ovviamente la risposta non la soddisfa, per niente. Andiamo avanti 10 minuti a discutere sul perché, sul dove e sul quando...tante domande non me le avevano fatte neanche all'esame di maturità e, sicuramente, avevo sudato di meno in quella circostanza.
Tutte quelle chiacchiere mi fanno ripensare a quando NOI era solo un duetto: che espressioni libere e leggere su quei volti, quando il pensiero più stressante era ricordarsi di portare fuori la spazzatura la sera. 
Mi piacerebbe parlare con quei due, ci sono tante cose che vorrei dir loro, ma c'è un motivo se lo chiamano senno di poi


" Ehi, voi! Guarda un po' chi si rivede! Vi trovo in forma, neanche un capello bianco...cosa sono quelle occhiaie? Avete fatto bagordi ieri e oggi vi siete dovuti alzare presto, per andare a mangiare polenta e cinghiale con i vostri, eh? Marco, lo sai che ti hanno beccato subito, quando hai detto che non ti andava proprio di bere l'Amarone, appena arrivato dalla Valpolicella? E tu, Ba, chi credi di aver preso in giro, quando, per rifiutare il secondo piatto di polenta, hai detto di aver fatto un fioretto per la Quaresima? Dai....
I vostri genitori fanno finta di non capire, un giorno scoprirete perché.
Godetevi quei giorni insieme, non sprecateli a discutere per sciocchezze, rinfacciatevi il bene, non il male e assaporate ogni istante; dormite abbracciati, arriverà il giorno in cui vi sembrerà un privilegio. Marco, non ti lamentare dei suoi piedi freddi sulla schiena: un giorno imparerai a dormire con una pallina matta che ti rimbalza in faccia e che ti elenca i versi degli animali e, al posto di russare, finirai le strofe, canticchiando nel sonno IA IA O.
Ba, non ti arrabbiare se ti dice TI AMO solo quando dormi e tu non lo senti (così ti dice lui): ci sono cose che si dimostrano con la costanza e con la pazienza, e ti accorgerai di quanto a volte le parole siano completamente superflue e di troppo, come i peli che ti strappi mensilmente dall'estetista. 
Viaggiate leggeri: una valigia è più che sufficiente. Quando dovrete portare 9 bagagli a mano, di cui neanche uno vostro, capirete cosa intendo. 
Passate tanto tempo con gli amici, ma sappiate che non tutti resteranno per sempre: non tutti sono pronti a certi cambiamenti e responsabilità e vi guarderanno da lontano, con un binocolo, rimpiangendo i tempi andati, volati, con la stessa velocità con cui riuscivate a bere 20 chupiti. 
Mangiate un sacco di junk food: arriveranno giorni di carestia per il "cibo spazzatura", durante i quali dovrete infilarvi sotto il letto, nascondervi dentro l'armadio e masticare con cautela per gustarvi un pacchetto di patatine. Dovrete tossire forte mentre aprite il pacchetto, altrimenti potrebbero scoprirvi e farvi pentire di aver ceduto alla tentazione.
Vivetela intensamente tutta quella follia, e non dimenticatevela: un giorno qualcuno potrà aver bisogno dei vostri consigli.
Amatevi tantissimo. Il vostro amore sarà triplicato un giorno, ma ora non potete certo saperlo. Perdonatevi perché, quello che verrà, ne varrà di certo la pena."

And pretty soon
My heart was singin'
Roll, roll me away




L'unicorno e la gonna di tulle

Avete mai visto un unicorno?  Mia figlia si. Ma si davvero, era nel recinto della fattoria, insieme alla mucca, alla pecora e alla cRapa,...